Immigrati: non è vero che sono una minaccia per la nostra salute

L’ascesa di politiche populiste anti-immigrazione in Stati Uniti ed Europa, (l’Italia non fa certo eccezione, vedi decreto sicurezza), cui stiamo assistendo, sarebbe supportata da falsi miti che vedono nell’immigrato un invasore, una minaccia per la sicurezza, l’economia e persino la salute di un intero Paese. Una paventata “contaminazione” di cultura, religione, razza e la trasmissione di pericolose malattie, alimenta un’atavica paura del diverso, dello “straniero”, non considerato un arricchimento, bensì un nemico da contenere ed arginare per non venirne sopraffatti. Gli immigrati sono numerosi, hanno fame di conquista, fanno più figli di noi e secondo alcune teorie complottiste, sarebbe già in atto una vera e propria “sostituzione di popolo” programmata. Difficile smontare simili convinzioni, cavalcate da molti leader politici, ma il nuovo UCL-Lancet Commission on Migration and Health, progetto biennale della prestigiosa rivista scientifica The Lancet, realizzato da 20 esperti leader e dai loro team di 13 Paesi, presentato l’8 Dicembre a Marrakech alla Conferenza intergovernativa dell’ONU, sul Global compact per una migrazione, sicura, ordinata e regolare fa il punto della situazione con l’intento di sfatare i falsi miti sul tema immigrazione.

Proteggere il diritto alla salute degli immigrati

A livello internazionale la protezione della salute pubblica e i risparmi sui costi sanitari sono spesso usati come ragioni per limitare l’accesso agli immigrati all’assistenza sanitaria o per negare loro l’ingresso in un Paese o come pretesto per un rimpatrio (ad esempio in Australia può essere negata la residenza ad un immigrato se questo è affetto da alcune malattie, come HIV o cancro). “Il discorso populista demonizza gli stessi individui che sostengono le economie e sostengono l’assistenza sociale e i servizi sanitari e mette in discussione il merito dei migranti di ricevere assistenza sanitaria sulla base di credenze inaccurate, supporta pratiche di esclusione, danneggiando la salute delle persone, della nostra società e delle nostre economie, ha affermato il professor Ibrahim Abubakar, presidente della Commissione, UCL (Regno Unito). “La migrazione è la questione determinante del nostro tempo: il modo in cui il mondo affronta la mobilità umana determinerà la salute pubblica e la coesione sociale per i decenni a venire. Creare sistemi sanitari che integrino le popolazioni migranti andrà a beneficio di intere comunità con un migliore accesso alla salute per tutti e guadagni positivi per le popolazioni locali. Non riuscire a farlo potrebbe essere più costoso per le economie nazionali, la sicurezza sanitaria e la salute globale rispetto ai modesti investimenti richiesti per proteggere il diritto alla salute dei migranti e garantire che i migranti possano essere membri produttivi della società “. Il redattore di Lancet, il dott. Richard Horton, aggiunge: “In troppi paesi, la questione dell’immigrazione è usata per dividere le società e far avanzare l’agenda populista: con un miliardo di persone in movimento oggi, la crescita della popolazione in molte regioni del mondo e l’aumento di aspirazioni di una nuova generazione di giovani, l’immigrazione non sta svanendo: i migranti di solito contribuiscono più all’economia di quanto costino, e il modo in cui modelliamo la loro salute e il benessere oggi avrà un impatto sulle nostre società per le generazioni a venire, nella salute globale. ” 

I paesi ad alto reddito sono sopraffatti dagli immigrati?

Un tema caro alle politiche populiste è la preoccupazione verso l’orda crescente di immigrati che attraversa i confini internazionali dei paesi ad alto reddito. Ma a ben vedere la maggior parte dei movimenti migratori a livello globale riguardano la migrazione interna. Solo un quarto di tutti i migranti (circa 258 milioni di persone) sono migranti internazionali. Negli ultimi quattro decenni, la percentuale della popolazione mondiale di migranti internazionali è cambiata molto poco, era il 2,9% nel 1990, mentre nel 2017 è stata del 3,4% . La gran parte dei migranti internazionali si sposta per cercare lavoro (circa il 65%) e solo una percentuale molto minore rappresenta rifugiati e richiedenti asilo. Se consideriamo solo i paesi ad alto reddito, questi hanno visto in effetti un aumento maggiore della percentuale di migranti internazionali (dal 7,6% nel 1990 al 13,4% nel 2017), ma si tratta spesso di studenti che pagano per la loro istruzione o lavoratori che contribuiscono nettamente al economia. I rifugiati costituiscono una percentuale maggiore della popolazione totale nei paesi a basso reddito, rispetto ai paesi ad alto reddito (0,7% vs 0,2%).

Gli immigrati stanno danneggiando le economie?

Secondo i dari raccolti dai ricercatori nelle economie avanzate, ogni aumento dell’1% di immigrati nella popolazione adulta corrisponde un aumento del prodotto interno lordo fino al 2%. Inoltre l’immigrazione contribuirebbe alla ridistribuzione della ricchezza globale. Si stima che circa 613 miliardi di dollari siano stati inviati dagli immigrati alle loro famiglie d’origine nel 2017, contribuendo all’economia di Paesi poveri, fino a tre volte più dell’assistenza ufficiale per lo sviluppo.

Quali sono le malattie più diffuse tra gli immigrati?

Altro spauracchio che alimenta la diffidenza verso gli immigrati e la xenofobia: la trasmissione di malattie. Una nuova revisione sistematica completa e una meta-analisi conclude che gli immigrati nei paesi ad alto reddito abbiano tassi di mortalità più bassi rispetto alle popolazioni locali per la maggior parte delle malattie (malattie cardiovascolari, digestive, endocrine, neoplastiche, nervose e respiratorie, disturbi mentali e comportamentali, lesioni). Non esistono particolari differenze per malattie del sangue, disturbi genito-urinari o muscoloscheletrici, mentre gli immigrati presentano più alti tassi di mortalità per epatite virale, tubercolosi e HIV e cause esterne come risse, aggressioni. Tuttavia, come evidenziato anche nel rapporto, diversi studi (ad esempio sulla tubercolosi) hanno dimostrato che il rischio di trasmissione di infezioni è elevato solo all’interno delle comunità di immigrati ed è trascurabile nelle popolazioni ospitanti. Certo molto dipende anche dalla tipologia di immigrato, un conto è colui che studia, lavora ed è integrato nella società ospitante, un conto sono i gruppi vulnerabili come rifugiati, richiedenti asilo e immigrati privi di documenti, che possono avere esigenze di salute diverse, ma, come sottolineato dagli autori dello studio, piuttosto che formulare politiche basate su poche eccezioni, creando allarmismo, sarebbe opportuno considerare i contributi positivi apportati dall’immigrazione anche in ambito medico-sanitario (figure professionali come medici, operatori sanitari, assistenza anziani e malati).

Gli immigrati portano malattie?

Le malattie da che mondo è mondo, viaggiano con noi. Ma lo stereotipo dell’immigrato portatore di malattie è forse uno dei più diffusi e più dannosi. Tuttavia, non esiste un’associazione sistematica tra immigrazione e importazione di malattie infettive e le prove dimostrano che il rischio di trasmissione da immigrati a popolazioni ospiti è generalmente basso.  Gli immigrati possono provenire da regioni povere o di conflitto, con sistemi sanitari pubblici deboli, o ammalarsi durante i viaggi. Ma i recenti esempi di diffusione di agenti patogeni resistenti sono stati diffusi principalmente da viaggi internazionali di turisti e dal movimento del bestiame piuttosto che dagli immigrati. Sono certamente necessari sistemi sanitari pubblici efficaci per prevenire epidemie di malattie, associate o meno al fenomeno dell’immigrazione.

Gli immigrati fanno più figli?

Un altro vessillo della retorica populista è l’affermazione che gli immigrati facciano molti più figli di noi con il rischio che possano ben presto rimpiazzarci. Secondo la Commissione in realtà a lungo termine i tassi di natalità tra gli immigrati arrivano a malapena al livello di sostituzione della popolazione (2,1 nascite per donna), con la tendenza a calare. Uno studio condotto su sei paesi europei ha rilevato che i tassi di fertilità tra le donne immigrate erano, in generale, inferiori alle popolazioni ospitanti. Gli studi condotti in India e in Etiopia, ad esempio, hanno dimostrato che i migranti interni hanno maggiori probabilità di utilizzare la contraccezione rispetto alle popolazioni ospitanti. Garantire l’accesso ai servizi è fondamentale per permettere l’assistenza sessuale e riproduttiva alle donne e alle ragazze immigrate.

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Anna Elisa

Ciao sono Anna Elisa Catanese, Dott.ssa in Scienze e tecniche erboristiche, autrice principale dei contenuti di questo sito web. Sono anche una cantante e creatrice di bijoux. Ho alle spalle collaborazioni come autrice di articoli con numerosi siti quali Blasting news e Dokeo. Su Natural Magazine troverete notizie inerenti salute, benessere, alimentazione sana, rimedi naturali e molto altro ancora.